Pezzi unici

Piacersi significa essere qualcosa o significa compiere un’azione? Questa domanda si riferisce ad alcuni “rimedi verbali” che spesso le persone che abbiamo intorno ci somministrano nei momenti di sconforto fisico e di non accettazione di ciò che siamo. Essi prevedono – nella maggior parte dei casi – l’attivarsi per ricercare una serenità perduta apparentemente e immedesimarsi in un essere che si accetta o che compie un’azione pratica o spirituale per riuscirci. “Tu devi piacerti”, “ma che dici, tu stai benissimo”, “guardati, sei meraviglioso” e altre proposizioni sicuramente confortanti per chi le dice, soluzione tampone per chi le riceve.

Forse sono proprio i momenti di crisi personale, quelli in cui rigettiamo ciò che siamo nel corpo cercando paragoni per autodemolirci, quelli in cui dovremmo smettere di compiere azioni: non guardarci allo specchio, non cambiarci molte volte indumenti avvertendo una sensazione di scomodità nervosa, non adirarci e non reagire impulsivamente e compiere la più semplice delle azioni. Goderci.

Godere di ciò che siamo, della fortuna dell’unicità e della ricchezza del nostro essere singoli, non imitabili. Pezzi unici.

TAU TAU P.3

Cammini svelto nella foresta di Manono, piccola isola della Samoa. Le piante si perdono in altezza e lasciano intravedere pochi raggi luminosi che illuminano meravigliosi massi ricoperti di muschio. Il fresco e il canto degli uccelli ti proteggono e ti tranquillizzano.

In un certo momento ti accorgi di un rumore, ritmico ed ostinato, che viene da lontano. Cominci a seguirlo e ad avvertirlo sempre più chiaro e forte, ti fermi: “tau, tau, ta…”. Sembra un orologio che preciso scandisce il tempo. Corri fino in fondo al sentiero, sei curioso di conoscere la fonte di quel suono così strambo e singolare. Le fronde sono spesse e ti graffiano le gambe e le braccia, con un po’ di fatica riesci ad aprirti un varco. Di fronte a te una spiaggia dorata si rivela in tutta la sua meravigliosa luce, ti abbaglia e ti abbraccia in un calore cocente. Superato l’abbaglio riesci a scorrere le dune con gli occhi e risali fino alla cima di una collinetta, è abbastanza alta da non lasciare intravedere l’oceano. C’è altro: noti delle orme nella sabbia e un solco irregolare vicino ad esse, probabilmente il solco di un bastone. Il fuoco della curiosità divampa dentro di te e cominci a correre risalendo la cima della collina, la sabbia è calda e morbida.

Gli ultimi passi, ti arrampichi e… Moana, l’oceano. Immenso, riflette la luce potente del sole e scaglia le sue onde gentili e risolute sulla spiaggia, bagnando la sabbia dorata e rendendola marrone. Ma non è tutto, il suono delle onde si confonde con il rumore che già sentivi nella foresta, guardi la spiaggia e intravedi un piccolo capanno costruito in piccolo palmeto. Quasi sicuramente il rumore proviene da lì. Ti avvicini cauto al capanno di legno scuro, tende bianche di lino si lasciano cullare dal vento, non c’è una porta, chiunque può avvicinarsi. Le scosti cercando di non toccarle, sei sporco. Il suono è sempre lo stesso, scandito ritmicamente, ormai sei sotto il capanno: la sabbia fresca e umida ti avvolge i piedi e vedi davanti a te una figura.

Una donna, anziana. Capelli bianchi riuniti in una treccia perfetta e lunga fino alla bassa schiena, dove lascia spazio ad una coltre di tatuaggi meravigliosi che ricopre muscoli e ossa. Un drappeggio blu che fluttua nel vento la copre dolcemente, lasciando libere le braccia e le gambe: è seduta e ti dà le spalle.

Di fronte a lei l’oceano, imperturbabile ed apparentemente incurante dell’incontro che sta per avvenire. Con un gesto ritmato sta creando quel rumore che già percepivi nella foresta, ma non riesci a capire che cosa stia facendo.

La stai ancora guardando con curiosità ed ammirazione quando lei si volta, leggermente, ma abbastanza da poterti rivolgere entrambi gli occhi: sono di una potenza indescrivibile e hanno un colore unico, come la sabbia dorata sotto il sole cocente d’estate. È bellissima.

Con una dolcezza morbida ti sorride, serra poi le labbra in una smorfia di preoccupazione e ti chiede: “Kei te hiainu koe?” Conosci il maori, ti sta chiedendo se hai sete. Le rispondi di sì, che vieni da un lungo viaggio.

Lei ti fa cenno di sederti e ti dice che stai per cominciarne un altro. La ringrazi, le sorridi e ti siedi.

Ti siedi su un cesto morbido di colore cobalto, l’oceano si distende sulla sabbia fino quasi a toccarti i piedi. Ti sveglia dall’incanto lo stesso rumore che sentivi nella foresta, uguale ed ostinato “tau, tau… tau, tau…” ti volti. Di fronte a te si rivela una scena insolita e meravigliosa: la donna sta creando una meravigliosa incisione su un tronco di betulla, un’incisione maori tradizionale. Lei ti guarda, ti sorride e ti sussurra dolcemente indicando l’opera: “Moko”.

Con una tranquillità indescrivibile riprende a inciderne la superficie: con una precisione e cadenza uniche batte con un bastone d’osso su un altro, all’estremità di questo è legato un altro pezzo d’osso con molti dentini, simile ad un petttine, responsabili dell’incisione.

Quello che sembrava un rumore si trasforma in un’azione incredibile e unica che diventerà una meravigliosa incisione maori.

La donna ora si è fermata e ti dice che quella dei tatuaggi è una tradizione millenaria per la cultura di quella parte di Polinesia: ogni tatuaggio ha il suo significato e ha sempre riconciliato il suo popolo con il cielo, la terra e gli avi. I guerrieri, gli uomini e le donne si sono sempre sottoposti e sottoposte al Tohunga-tā-moko, il tatuatore. Il momento del tatuaggio era molto doloroso ed era una prova di coraggio oltre che di grande forza fisica, dove le ferite sanguinanti si rimarginavano anche dopo un anno lasciando spazio a delle meravigliose figure impresse sulla pelle.

Ad un certo gli occhi le diventano lucidi: si ricorda ancora quando il suo compagno Hoanui si tatuò il moko del guerriero sul volto. L’operazione durò quasi un mese e le ferite si infettarono e il suo amore rischiò la morte. Poi si riprese e guarì, il villaggio fece una grande festa e accolse il suo nuovo guerriero, pronto per proteggere la tribù. Mentre racconta continua ad incidere sulla forma di legno, cerchi di vedere che cosa rappresenti ma non riesci, perciò le chiedi dove ha appreso l’arte del Tohunga-tā-moko guardandola negli occhi dorati: lei ti sorride e si scopre le braccia. Vicino a delle figure astratte meravigliose si innalzano sei enata che rappresentano i suoi famigliari: suo padre, sua madre e i suoi quattro fratelli maggiori. Erano una famiglia di artisti e realizzavano tatuaggi, suo padre tramandò l’arte a tutti i suoi figli, lei compresa anche se la più piccola della famiglia. E così passarono gli anni da tufaga, giovane artista, e le giornate passate ad esercitarsi sul legno e sulle carcasse di maiali.

La osservi mentre parla e ti accorgi della meraviglia dei suoi movimenti, della contrazione e sforzo delle sue braccia e della tranquillità con cui ti sta raccontando la sua vita. Distogli per un attimo lo sguardo dalla sua figura e cominci a guardare il suo capanno: appesi ci sono cocci decorati, conchiglie e stoffe colorate, ma più di tutti ti colpisce un oggetto: una grossa tavola di legno con sopra incisa un tiki, una stilizzazione del viso come divinizzazione di un antenato o di una figura protettrice.

Tutto ad un tratto il silenzio.

La donna si è interrotta, ha terminato l’opera: l’ha sollevata, è di fronte a te.

Non fai in tempo a guardarla che una luce accecante ti colpisce.

Ti svegli: stavi sognando.