Pezzi unici

Piacersi significa essere qualcosa o significa compiere un’azione? Questa domanda si riferisce ad alcuni “rimedi verbali” che spesso le persone che abbiamo intorno ci somministrano nei momenti di sconforto fisico e di non accettazione di ciò che siamo. Essi prevedono – nella maggior parte dei casi – l’attivarsi per ricercare una serenità perduta apparentemente e immedesimarsi in un essere che si accetta o che compie un’azione pratica o spirituale per riuscirci. “Tu devi piacerti”, “ma che dici, tu stai benissimo”, “guardati, sei meraviglioso” e altre proposizioni sicuramente confortanti per chi le dice, soluzione tampone per chi le riceve.

Forse sono proprio i momenti di crisi personale, quelli in cui rigettiamo ciò che siamo nel corpo cercando paragoni per autodemolirci, quelli in cui dovremmo smettere di compiere azioni: non guardarci allo specchio, non cambiarci molte volte indumenti avvertendo una sensazione di scomodità nervosa, non adirarci e non reagire impulsivamente e compiere la più semplice delle azioni. Goderci.

Godere di ciò che siamo, della fortuna dell’unicità e della ricchezza del nostro essere singoli, non imitabili. Pezzi unici.

Tre modi per vivere meglio a settembre (e non solo).

Settembre è cominciato e con esso tutte le principali attività lavorative e scolastiche. Succede comunemente che in periodi di maggiore rilassamento si assumano abitudini di vita più piacevoli, grazie alla maggiore disponibilità di tempo da dedicare al benessere personale e alla minore frenesia quotidiana. Si mangia meglio, si dorme di più, ci si muove di più e ci si lancia in nuove esperienze.

E poi? Da un giorno all’altro ci riadeguiamo alla routine quotidiana e trasformiamo di nuovo la nostra vita in un ostinato opprimente. Come possiamo vivere meglio? Ma soprattutto, come possiamo vivere meglio nonostante la mole di impegni ci ostacola?

Ecco a te tre modi per vivere meglio:

Muoviti. Non dimenticare le passeggiate sul lungomare o in montagna, puoi camminare anche nel luogo in cui vivi: scoprirai nuove prospettive, prima sconosciute. Durante le vacanze facevi ginnastica o hai cominciato una nuova attività sportiva? Non abbandonare lo sport, continua con maggiore entusiasmo. Se non sai come approcciare il movimento, contatta professionisti del settore (laureati in Scienze Motorie).

Socializza: alla base dei bisogni c’è anche la socialità. Non è semplice avere occasioni di riunione in questo periodo instabile, ma tutto si può fare (in sicurezza). Dalla mascherina ad un distanziamento obbligato: rispetta gli obblighi e rimani sicuro, ma non rinunciare a comunicare e stare insieme.

Mangia, non solo cibo. Alimentati nella maniera corretta, se non sai da quale punto partire contatta i professionisti del settore (dietologi e dietisti) e cerca di vivere anche questo lato fondamentale al meglio. Il cibo tuttavia non è l’unico modo di alimentarci: abbiamo necessità di mantenere ed incrementare la nostra serenità e la nostra integrità. Come? Ritaglia del tempo da dedicare alle tue passioni e al tuo benessere psicologico e cerca di dissipare lo stress accumulato.

Kalokagathia: bello e buono.

You Can’t Judge a Book by the Cover (che incarna il motto non giudicare un libro dalla copertina) è il titolo di una famosa canzone di Bruce Springsteen, dove viene enfatizzata la differenza tra bello e buono. Viviamo un’epoca in cui questi due concetti spesso vengono sovrapposti, creando confusione e provocando false aspettative che si infrangono come cristallo su pietra non appena si tocca la profondità dei rapporti umani. Senza nemmeno rendercene conto – ormai – tendiamo naturalmente verso ciò che consideriamo bello, adottando una selezione spietata e rapida di tutto ciò che ci circonda in maniera abbastanza omogenea, dalla verdura al supermercato alle persone che incontriamo. Sostanzialmente siamo portati a ben-pensare di qualcuno che si ben-presenta dal fisico al vestiario e a mal-pensare di tutti coloro che per uno o più elementi si discostano dallo standard di bellezza media. Il problema forse è sia nell’associazione di bellezza e virtù sia nella selezione stessa: l’idea di perfezione porta a tagliare rapporti, occasioni, opportunità ed esperienze che invece potremmo vivere se solo non pre-giudicassimo il “brutto”. Questo vale anche per il nome di questo articolo: kalokagathia. Un nome che potrebbe non essere attraente e potrebbe respingere molti, ma che in realtà rappresenta qualcosa di estremamente bello: la connessione tra la bellezza estetica e la ricchezza di virtù. Per questo vi lasciamo con lo stesso motto con cui abbiamo iniziato: You Can’t Judge a Book by the Cover, il contenitore non sempre rappresenta il contenuto.

Espressività e mascherine

Le aperture e l’apparente e lenta ripresa dell’ultimo periodo hanno portato a riflettere su come gli accadimenti pandemici abbiano effettivamente inciso e apportato modifiche al nostro modo di vivere, di approcciarci con gli altri e di essere noi stessi. Da poco è caduto l’obbligo di tenere le mascherine all’aperto – eccezion fatta per le situazioni di assembramento e mantenendo la distanza – e siamo tornati a poter vedere di nuovo le persone in viso dopo un lungo periodo in cui gran parte della faccia, forse la parte determinante da un punto di vista espressivo e comunicativo, è rimasta nascosta dietro ad una barriera che non consente nemmeno la minima conduzione emotiva.

Questo a mio modo di vedere ha avuto due conseguenze principali: la prima è una difficoltà sempre crescente nel riconoscere le emozioni altrui e quindi una conseguente deviazione empatica che ci ha spostati dal cercare di immedesimarci da un punto di vista emotivo all’omologarci allo stesso sentimento di disagio, pensando perciò che l’altro provi le nostre stesse sensazioni di malessere e fastidio fisico-emotivo. La seconda conseguenza è la costruzione di barriere di difesa espressivo-motorie, per molti la mascherina è stata una barriera frenante e opprimente, una spietata selezionatrice di comportamenti sociali e un impedimento fisico. Alcune abitudini sociali prima stabili e quotidiane, come il salutarsi stabilendo un contatto visivo e fisico, l’incrociare gli sguardi e osservare il viso delle persone che scorrono intorno a noi e avere la faccia perennemente nuda sono state accantonate e semidimenticate, adagiandosi su una finta normalità.

E adesso? Adesso le mascherine sono giù – spesso – e ci troviamo ad imparare di nuovo a gestire la nostra espressività. E la cosa ancora più interessante è la ritrovata possibilità di ristabilire un contatto, una rinnovata curiosità che fa assumere allo sguardo delle persone un’aria che è misto di innocenza e spaesamento. Una lucidità degli occhi che felici ritrovano un bisogno innato, quello della socialità visiva.

Curioso è anche il riscoprire volti nuovi quando la mascherina si abbassa: ci creiamo un’aspettativa di viso quando vediamo le persone con la mascherina che s’infrange contro una realtà immutabile, la verità della fisionomia.

Citiamo per concludere, una frase tratta dal libro  Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia:

Ci sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno, è guardare gli occhi come parte del volto, l’altro, è guardare gli occhi e basta… come se fossero il volto.”

5 Modi per vivere meglio il proprio corpo

In uno dei primi articoli (lo trovi cliccando qui) si parlava del corpo come prigione dell’anima e come mezzo che ci rende liberi di agire. Essendo il mezzo tramite il quale viviamo, come possiamo vivere meglio dentro di esso e con esso? Ecco a te 5 modi per vivere meglio il tuo corpo:

  1. Il corpo è tuo, non appartiene a nessun altro, decidi tu. Questo è un concetto fondamentale e dimenticato ormai in un epoca in cui sembra siano proprio gli altri a determinarci e noi ad assumere la forma più gradita loro;
  2. Il tuo corpo è la tua prima casa, rispettalo e rispettati: conduci un’alimentazione sana, pratica attività motoria settimanale, dai il giusto valore al sonno e cerca di condurre una vita serena, senza eccessivi stress;
  3. Non confrontare il tuo corpo con quello di altri, o con modelli. Il confronto nella maggior parte dei casi conduce ad una privazione della serenità e a sentimenti negativi nei confronti di esterni, innocenti;
  4. L’abito non fa il monaco: cura la tua componente spirituale e psicologica oltre che quella prettamente fisica, un corpo “bello” non sempre contiene un animo sereno. Con ciò si vuole intendere che la salute è uno stato biopsicosociale e non solo biofisico;
  5. Lo specchio non è sempre fedele, evita il vizio di controllare continuamente la tua immagine. Cerca di acquisire sicurezza reale, non viziata da ripetuti controlli di qualcosa che in verità non muta.

Camminare per riscoprirsi

Camminare è uno dei primi veri traguardi della nostra vita, una laurea di umanità. E’ un elemento centrale nella natura dell’essere umano, che dalle origini ha sempre avuto la necessità di spostarsi per vivere e ha cominciato a farlo camminando: cibo, acqua, scoperta e fuga. Tutto era distante e irraggiungibile e solamente grazie alla tecnica l’uomo si è evoluto ed è stato in grado di portare vicini elementi che prima erano distanti.

Ma cosa significa camminare nella società che viviamo oggi? Camminare si è posto negli anni in un rapporto di inversa proporzionalità rispetto al progresso tecnico e tecnologico: con il progredire della complessità e disponibilità di mezzi per spostarsi, il muoversi a piedi è stato lentamente accantonato, trasformandosi in un elemento di rinuncia piuttosto che di bisogno. Pensandoci, mediamente i tratti che vengono percorsi a piedi sono sempre più risicati al minimo indispensabile: con il progresso della tecnica e grazie alla globalizzazione abbiamo facile accesso a macchine, monopattini elettrici e altri mezzi in cui il corpo rimane sostanzialmente fermo e si sposta senza muoversi.

Non stiamo condannando i nuovi mezzi, necessari in alcune situazioni specifiche e addirittura fondamentali nella democratizzazione del diritto dello spostamento che è sempre più accessibile per tutti. Il nostro obbiettivo è piuttosto quello di lanciare un grido d’allarme: camminiamo poco, sempre meno.

Questo problema si sta trasformando lentamente in un’abitudine sempre più diffusa tra le generazioni più giovani: si rinuncia sempre di più al camminare e si cerca di spostarsi sempre comodamente seduti in macchina, o su mezzi in cui il corpo è sostanzialmente immobile. Il problema – a nostro pensiero – più grande si presenta con l’impiego di questi mezzi per coprire brevi distanze: con brevi distanze s’intendono 2 km circa. Escludendo soggetti con patologie particolari, impossibilitati allo spostamento e situazioni di necessità specifiche, la mancanza di voglia e la ricerca di comodità non possono essere più motivi di utilizzo di mezzi alternativi.

Questa tesi sembra avere più pro che contro – in situazioni di salute psicofisica ed escludendo situazioni di bisogno specifiche – sia su un piano ecologico che su un piano di salute biopsicosociale: l’utilizzo della macchina per coprire brevi tragitti è forse uno dei più grandi motivi di congestionamento del traffico nelle città e di conseguenza di un massiccio aumento di emissioni inquinanti che rendono l’aria irrespirabile e grigia. L’aumento del traffico e delle macchine prevede anche la sottrazione di aree verdi e alberi in favore di cemento e parcheggi. In più camminare possiede dei comprovati effetti positivi per quanto riguarda la frequenza cardiaca, il consumo di ossigeno e la qualità della vita* sia fisica che sociale.

In conclusione, camminare per riscoprirsi perché? Forse dovremmo cominciare a riprendere contatto con il nostro essere umani, elemento che prevede dei limiti, delle fatiche e delle attese. Senza moralismi, non possiamo condurre una vita in totale assenza del cammino: sarebbe come dimenticare un lato di noi stessi e privarci di un benessere che solo una passeggiata quotidiana può dare. Come riprendere a camminare se non l’hai mai fatto o se è molto tempo che non ti muovi? Semplice, comincia da brevi distanze e comincia a farlo quotidianamente.

Se hai dubbi o ti interessa conoscere meglio le possibilità della camminata non esitare a contattare gli autori di questo sito, laureati in scienze motorie pronti a darti dei consigli: tutti i contatti li trovi cliccando qui.

*FONTI:

Hanson S, Jones AIs there evidence that walking groups have health benefits? A systematic review and meta-analysisBritish Journal of Sports Medicine 2015;49:710-715.

Tschentscher, M., Niederseer, D., & Niebauer, J. (2013). Health Benefits of Nordic Walking: A Systematic Review. American Journal of Preventive Medicine, 44(1), 76–84.

Kristine Klussman, Julia Langer, Austin Lee Nichols, The Relationship Between Physical Activity, Health, and Well-Being, European Journal of Health Psychology, 10.1027/2512-8442/a000070, 28, 2, (59-70), (2021).

TAU TAU P.2

Ti siedi su un cesto morbido di colore cobalto, l’oceano si sdraia sulla sabbia fino quasi a toccarti i piedi. Ti sveglia dall’incanto lo stesso rumore che sentivi nella foresta, uguale ed ostinato “tau, tau… tau, tau…” ti volti. Di fronte a te si rivela una scena insolita e meravigliosa: la donna sta creando una meravigliosa incisione su un tronco di betulla, un’incisione maori tradizionale. Lei ti guarda, ti sorride e ti sussurra dolcemente indicando l’opera: “Moko”.

Con una tranquillità indescrivibile riprende a inciderne la superficie: con una precisione e cadenza uniche batte con un bastone d’osso su un altro, all’estremità di questo è legato un altro pezzo d’osso con molti dentini, simile ad un petttine, responsabili dell’incisione.

Quello che sembrava un rumore si trasforma in un’azione incredibile e unica che diventerà una meravigliosa incisione maori.

Mentre lavora il legno ti dice che quella dei tatuaggi è una tradizione millenaria della cultura di quella parte di Polinesia: ogni tatuaggio ha il suo significato e ha sempre riconciliato il suo popolo con il cielo, la terra e gli avi. I guerrieri, gli uomini e le donne si sono sempre sottoposti e sottoposte al Tohunga-tā-moko, il tatuatore. Il momento del tatuaggio era molto doloroso ed era una prova di coraggio oltre che di grande forza fisica, dove le ferite sanguinanti si rimarginavano anche dopo un anno lasciando spazio a delle meravigliose figure impresse sulla pelle.

Ad un certo punto gli occhi le diventano lucidi: si ricorda ancora quando il suo compagno Hoanui si tatuò il moko del guerriero sul volto. L’operazione durò quasi un mese e le ferite si infettarono e il suo amore rischiò la morte. Poi si riprese e guarì, il villaggio fece una grande festa e accolse il suo nuovo guerriero, pronto per proteggere la tribù. Mentre racconta continua ad incidere sulla forma di legno, cerchi di vedere che cosa rappresenti sia ma non riesci, perciò le chiedi dove ha appreso l’arte del Tohunga-tā-moko guardandola negli occhi dorati: lei ti sorride e si scopre le braccia. Vicino a delle figure astratte meravigliose si innalzano sei enata che rappresentano i suoi famigliari: suo padre, sua madre e i suoi quattro fratelli maggiori. Erano una famiglia di artisti e realizzavano tatuaggi, suo padre tramandò l’arte a tutti i suoi figli, lei compresa anche se la più piccola della famiglia. E così passarono gli anni da tufaga, giovane artista, e le giornate passate ad esercitarsi sul legno e sulle carcasse di maiali.

La osservi mentre parla e ti accorgi della meraviglia dei suoi movimenti, della contrazione e sforzo delle sue braccia e della tranquillità con cui ti sta raccontando la sua vita. Distogli per un attimo lo sguardo dalla sua figura e cominci a guardare il suo capanno: appesi ci sono cocci decorati, conchiglie e stoffe colorate, ma più di tutti ti colpisce un oggetto: una grossa tavola di legno con sopra incisa un tiki, una stilizzazione del viso come divinizzazione di un antenato o di una figura protettrice.

Tutto ad un tratto il silenzio.

La donna si è interrotta, ha terminato l’opera: l’ha sollevata, è di fronte a te.

TAU TAU P.1

Cammini svelto nella foresta di Manono, piccola isola della Samoa. Le piante si perdono in altezza e lasciano intravedere pochi raggi luminosi che si scagliano contro inermi massi ricoperti di muschio verde acceso. Il fresco e il canto degli uccelli ti proteggono e ti tranquillizzano.

In un certo momento ti accorgi di un rumore, ritmico ed ostinato, venire da lontano. Cominci a seguirlo e ad avvertirlo sempre più chiaro e forte, ti fermi ad ascoltarlo: “tau, tau, ta…”. Sembra un orologio che preciso scandisce il tempo. Corri fino in fondo al sentiero, sei curioso di conoscere la fonte di quel suono così strambo e singolare. Le fronde sono spesse e ti graffiano le gambe e le braccia, con un po’ di fatica riesci ad aprirti un varco. Di fronte a te una spiaggia dorata si rivela in tutta la sua meravigliosa luce, ti abbaglia e ti abbraccia in un calore cocente. Superato l’abbaglio riesci a scorrere le dune con gli occhi e risali fino alla cima di una collinetta, è abbastanza alta da non lasciare intravedere l’oceano. C’è altro: noti delle orme nella sabbia e un solco irregolare vicino ad esse, probabilmente il solco di un bastone. Il fuoco della curiosità divampa dentro di te e cominci a correre risalendo la cima della collina, la sabbia è calda e morbida.

Gli ultimi passi, ti arrampichi e… Moana, l’oceano. Immenso, riflette la luce potente del sole e scaglia le sue onde gentili e risolute sulla spiaggia, bagnando la sabbia dorata e rendendola marrone. Ma non è tutto, il suono delle onde si confonde con il rumore che già sentivi nella foresta, guardi la spiaggia e intravedi un piccolo capanno costruito in piccolo palmeto. Quasi sicuramente il rumore proviene da lì. Ti avvicini cauto al capanno di legno scuro, tende bianche di lino si lasciano cullare dal vento, non c’è una porta, chiunque può avvicinarsi. Le scosti cercando di non toccarle, sei sporco. Il suono è sempre lo stesso, scandito ritmicamente, ormai sei sotto il capanno: la sabbia fresca e umida ti avvolge i piedi e vedi davanti a te una figura.

Una donna, anziana. Capelli bianchi riuniti in una treccia perfetta e lunga fino alla bassa schiena, dove lascia spazio ad una coltre di tatuaggi meravigliosi che ricopre muscoli e ossa. Un drappeggio blu che fluttua nel vento la copre dolcemente, lasciando libere le braccia e le gambe: è seduta e ti da le spalle. Di fronte a lei l’oceano, imperturbabile ed apparentemente incurante dell’incontro che sta per avvenire. Con un gesto ritmato sta creando quel rumore che già percepivi nella foresta, ma non riesci a capire che cosa stia facendo.

La stai ancora guardando con curiosità ed ammirazione quando lei si volta, leggermente, ma abbastanza da poterti rivolgere entrambi gli occhi: sono di una potenza indescrivibile e hanno un colore unico, come la sabbia dorata sotto il sole cocente d’estate. È bellissima.

Con una dolcezza morbida ti sorride, serra poi le labbra in una smorfia di preoccupazione e ti chiede: “Kei te hiainu koe?” Conosci il maori, ti sta chiedendo se hai sete. Le rispondi di sì, che vieni da un lungo viaggio.

Lei ti fa cenno di sederti e ti dice che stai per cominciarne un altro. La ringrazi, le sorridi e ti siedi.

25/04: i fiori

È domenica, c’è il sole a Torino. Il cielo purtroppo non è azzurro intenso, ma sembra una lampada a LED gigante che taglia la vista come una lama lasciando negli occhi scotomi colorati su tutti gli oggetti.

Non è una domenica qualunque: oggi è il 25 aprile, la data scelta tra le altre trecentosessantacinque per ricordare la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Leggendo e ascoltando diversi contenuti pubblicati oggi e in questi ultimi giorni mi sono reso conto che una delle più grandi insidie che si nasconde nello studio della storia – a mio modo di vedere – sia la velocità, una trappola in cui si rischia di cadere e che porta a pensare in anni e non in ore e giorni. Questo per me significa parlare di date e ricorrenze senza “utilizzare” il giusto livello di empatia ed emozione, ritenendo un singolo giorno l’ospite di tutti gli avvenimenti, sottostimandone la complessità di accadimento.

La stessa cosa succede – ed è successa – con “il” 25 aprile. Sì, liberazione del nazifascismo e grande festa nazionale: ma il prima? Quegli anni terribili di lenta e progressiva liberazione vissuti con l’angoscia della violenza e la minaccia della fame, quel giorno vissuto con sfinimento felice. E il giorno dopo? Gran parte della propria realtà fisica e sociale ormai morta da ricostruire, la prospettiva di anni difficili e drammatici. Vedo girare molte foto e video di quei giorni del ‘45 girati nelle grandi città dove folle di persone si sono riversate in piazza e si sono abbracciate, ridendo, cantando e piangendo.

Ma è corretto pensare associare a quel momento una festa?

È corretto guardare solo i petali del fiore?

Il fiore è una delle immagini tra le più ricorrenti in questo giorno di festa, quel papavero rosso sgargiante che svetta sotto le targhe di partigiani e su murales in periferia. Sotto i petali c’è uno stelo spesso che ha sopportato la furia del vento, la pioggia forte quando era ancora piccolo e addirittura due grandinate. Sotto lo stelo c’è la terra, una base perenne che è stata calpestata, maltrattata e anche rispettata. Mai stanca.

I fiori sono profumati, colorati e magnifici e sono in grado di rendere gradevoli posti sgradevoli, morbidi anche gli scenari più spigolosi. Sono simbolo allo stesso tempo di delicatezza e forza, di una combinazione naturale e meravigliosa di fattori che ne consentono la crescita. Di lavoro e di sacrifici, di attenzione e di cura, nonostante tutto.

Sarebbe bello ricordare la storia così, un elemento meraviglioso che ci insegna a vivere, ma che sotto la superficie cela infinite altre storie, infiniti altri giorni.