Espressività e mascherine

Le aperture e l’apparente e lenta ripresa dell’ultimo periodo hanno portato a riflettere su come gli accadimenti pandemici abbiano effettivamente inciso e apportato modifiche al nostro modo di vivere, di approcciarci con gli altri e di essere noi stessi. Da poco è caduto l’obbligo di tenere le mascherine all’aperto – eccezion fatta per le situazioni di assembramento e mantenendo la distanza – e siamo tornati a poter vedere di nuovo le persone in viso dopo un lungo periodo in cui gran parte della faccia, forse la parte determinante da un punto di vista espressivo e comunicativo, è rimasta nascosta dietro ad una barriera che non consente nemmeno la minima conduzione emotiva.

Questo a mio modo di vedere ha avuto due conseguenze principali: la prima è una difficoltà sempre crescente nel riconoscere le emozioni altrui e quindi una conseguente deviazione empatica che ci ha spostati dal cercare di immedesimarci da un punto di vista emotivo all’omologarci allo stesso sentimento di disagio, pensando perciò che l’altro provi le nostre stesse sensazioni di malessere e fastidio fisico-emotivo. La seconda conseguenza è la costruzione di barriere di difesa espressivo-motorie, per molti la mascherina è stata una barriera frenante e opprimente, una spietata selezionatrice di comportamenti sociali e un impedimento fisico. Alcune abitudini sociali prima stabili e quotidiane, come il salutarsi stabilendo un contatto visivo e fisico, l’incrociare gli sguardi e osservare il viso delle persone che scorrono intorno a noi e avere la faccia perennemente nuda sono state accantonate e semidimenticate, adagiandosi su una finta normalità.

E adesso? Adesso le mascherine sono giù – spesso – e ci troviamo ad imparare di nuovo a gestire la nostra espressività. E la cosa ancora più interessante è la ritrovata possibilità di ristabilire un contatto, una rinnovata curiosità che fa assumere allo sguardo delle persone un’aria che è misto di innocenza e spaesamento. Una lucidità degli occhi che felici ritrovano un bisogno innato, quello della socialità visiva.

Curioso è anche il riscoprire volti nuovi quando la mascherina si abbassa: ci creiamo un’aspettativa di viso quando vediamo le persone con la mascherina che s’infrange contro una realtà immutabile, la verità della fisionomia.

Citiamo per concludere, una frase tratta dal libro  Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia:

Ci sono due modi per guardare il volto di una persona. Uno, è guardare gli occhi come parte del volto, l’altro, è guardare gli occhi e basta… come se fossero il volto.”

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