2020

“2020 bastardo!”

“Ripercorriamo insieme il 2020”
“Anno assurdo”

“L’anno che ha cambiato la storia dell’uomo”

“Ripercorriamo insieme questo an…

… Fermi tutti.

Ho assistito e sto assistendo ad una narrazione diffusa di ciò che è stato il 2020, a partire da gennaio fino alla fatidica ora il primo dell’anno. Narrazione frenetica e piena di immagini, di contenuti e di musiche già masticate.

Cosa è stato il “fuori”?

Sapori, odori, telegiornali. Mascherine opprimenti, proteste, disgrazie e menefreghismo. No mask, negazionisti, ipocrisia, politica, rinascita. Violenze, inquinamento, videochiamate. Studio, sport in casa, lavoro, allenamenti. Occhiaie, giorno scambiato per notte, discorsi della domenica sera. La meraviglia del caldo, la minaccia del freddo. Infermiere, infermieri, dottoresse e dottori. Morte, vita, umanità. Disequità scambiata per disuguaglianza. Litigi, riavvicinamenti, distanze e confini.

Cosa è successo fuori è sotto gli occhi di tutti.

Ma cosa è successo al nostro corpo?

È difficile ammetterlo, ma il nostro corpo è rimasto segnato da questo anno fuori dall’ordinario.

Ecco il rewind del 2020, visto dal corpo.

A gennaio la nostra vita è la stessa di dicembre, si poteva viaggiare e si viveva un momento positivo. Il corpo è libero socialmente e cognitivamente parlando e ancora sente sua quella libertà innata di muoversi. Ora si pensa (a posteriori) che ai tempi si fosse più felici, perché apparentemente liberi. Ma in totale sincerità il corpo aveva problemi e pigrizie anche prima dell’esplosione dell’epidemia e non sempre l’immersione in folle o in grandi gruppi arrecava positività o benessere.

Febbraio. Il corpo comincia a ravvisare i primi segnali esterni di preoccupazione, il mondo comincia a guardare più seriamente al nuovo virus quasi totalmente sconosciuto. Il corpo si sente più forte, pensando che sia una malattia comune. Il dinamismo e la socialità rimangono gli stessi, tutti continuano a muoversi come se niente fosse. Penso che il verso di un famoso brano della band torinese Eugenio in Via di Gioia intitolato Perfetto uniformato renda bene l’allegra incoscienza corporale di quel periodo:

In fondo non mi importa e non mi cambia
Un bel niente, quel che succede in Australia, finché me ne sto qui in Italia

Marzo è un mese che definisco ibrido: la prima parte è una sottovalutazione generale della portata della pandemia, il corpo fino a metà mese si sente ancora leggero e senza preoccupazioni. La seconda parte invece è caratterizzata da una presa di coscienza e di consapevolezza. Ho scritto metà marzo, non è un errore storico, ma è un chiaro riferimento temporale. Ricordo personalmente di aver disprezzato e di essermi preso gioco del problema, mantenendo le mie abitudini corporali invariate sia nella socialità che nella quotidianità fino ad un giorno preciso: la mattina del 9 marzo 2020. Non mi sto riferendo ad i limiti istituzionali fissati lo stesso giorno di sera, ma ciò che è accaduto la mattina del giorno stesso: una persona a me cara mi spiega della situazione negli ospedali e cosa stia realmente succedendo in Italia e il mio corpo si blocca, letteralmente. È stato un momento strano ed unico, in cui ho riconosciuto l’entità della devastazione che stava prendendo piede ed ho inconsciamente modificato tutti i miei movimenti.

Aprile, maggio, giugno. Il corpo fisico si è fermato. La piccola porzione di mondo che riesco a vedere dal balcone si è fermato. Il mio vissuto corporale è entrato in una nuova dimensione: la mia camera è diventata il microcosmo in cui vivo e non essendo in grado di muovermi fisicamente, ho creato una nuova corporeità afisica.   Probabilmente è stato il momento in cui ho percepito maggiormente il mio essere libero, proprio quando il movimento materiale era precluso. Quotidianamente ero lontano da affetti e socialità, ma il mio corpo si è reso conto di avere una qualità più grande ed innata: ero in grado di viaggiare, stando fermo.

Luglio, agosto: Libertà a metà. Ci sono bagliori di speranza e si pensa che il peggio sia passato, il corpo ritrova un po’ di quella sicurezza sociale che era svanita durante la quarantena e prova a ritornare come era prima. Non riesce. Qualcosa in lui si è modificato, è cambiato. È consapevole e un po’ diffidente.

Settembre e ottobre sono stati mesi di totale staticità. L’incertezza per il futuro e l’attesa forzata di risposte hanno portato il corpo a sentirsi in una gabbia, incerto se sentirsi libero o se chiudersi. Può vedere gli altri corpi muoversi liberamente e non comprende come non si sia esteso un senso di consapevolezza, la confusione e il timore regnano.

Novembre, Déjà vu. Ci sembra apparentemente di essere esperti nel rimanere fermi, la verità è che non abbiamo sviluppato una corporeità statica. Al contrario ci siamo riappropriati del movimento in maniera imprudente durante i mesi precedenti e abbandonare è complesso.

La tragedia fa male, ma ci sono speranze.

L’anno termina con il tanto atteso dicembre. La festa e il calore permettono al corpo di provare piacere, ma in piccole quantità. La notte è vietata, la socialità è consapevolmente evitata e ci si perde nei meandri delle limitazioni. Il corpo rimane saldo e inconsciamente prova sollievo e rinascita con il nuovo anno.

Buon 2021.

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